Carlo Tamagnone

"L'ILLUMINISMO E LA RINASCITA DELL'ATEISMO FILOSOFICO"
Editrice Clinamen, Firenze 2008, 2° volume, pp.1017-1024

Conclusione

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Conclusione

 

    Siamo giunti alla fine del nostro viaggio nell’Illuminismo, un’epoca nella quale noi europei siamo diventati quelli che siamo attraverso il superamento (ma non certo all’abbandono!) di una tradizione religiosa che permea ancora fortemente larghi strati della società e delle istituzioni.  Con la cultura illuministica è nata quella “forma” scientifico-tecnologica della cultura occidentale che affianca quella umanistica in un connubio specifico della civiltà dell’Occidente. Una civiltà talvolta contraddittoria, problematica, incoerente, dove i progressi tecnologici hanno portato anche a estremi disumanizzanti e a nuovi mali che si sovrappongono ai vantaggi. Già Diderot, in una nota erratica del 1774, si domandava se la meccanicizzazione del lavoro non fosse «andata troppo oltre» e se non fosse il caso di «ritardare i progressi del figlio di Prometeo» per evitare che sfuggissero di mano all’uomo stesso. Eppure la mentalità tecnico-scientifica trasmessaci dal progressismo illuminista è quella che ha permesso di elevare il livello di vita delle masse a traguardi prima impensabili, cui si accompagna la realizzazione di una diffusa democrazia sconosciuta nei contesti che non hanno conosciuto l’Illuminismo. Da ciò la necessità di riflettere sul fatto che, forse, la forma mentis illuminista, che Adorno ed Horkheimer così ferocemente biasimavano, non sia, alla fine, il “meglio di ciò che siamo”. Possiamo anche rifiutarla in nome di nuovi messianismi che considerano abortite le istanze dell’Illuminismo o in sé negative o male interpretate, nella prospettiva di un orizzonte umano differente (e spesso “anti-occidentale”).

    Noi non abbiamo nulla da aggiungere al nostro giudizio molto positivo su tutto ciò che ci è venuto dall’Illuminismo, tanto più se lo si confronta con lo stato socio-culturale dei contesti che non l’hanno conosciuto. Esso, d’altra parte, è un orizzonte, da condividere o rifiutare, non una panacea per i mali dell’umanità, poiché indubbiamente le istanze dell’esistenza, collettiva o individuale, che sono state nell’Età dei Lumi avanzate hanno trovato soluzioni solo parziali sia allora che dopo. L’eudemonismo è stato posto correttamente, ma non realizzato, come molte altre istanze politiche tra le quali emerge l’equità sociale; sì da farci concludere che la cultura illuministica ha posto numerosi problemi e non li ha risolti, ma anche che senza la mentalità illuministica non sarebbero neppure stati posti.. È peraltro indubbio che sia più facile imporre dei modelli e far proseliti che risolvere problemi; il discrimine tra la teologia e la filosofia sta proprio nel fatto che la prima fornisce sempre ben confezionate risposte e la seconda pone sempre scomode domande. Non è necessario filosofare, se ne può fare benissimo a  meno, anzi, forse conviene teologizzare! Ma se  si decide di far filosofia bisogna farlo in modo coerente non ricadendo nella metafisica che l’inquina nel suo fondamento, e la miglior filosofia illuministica lo ha fatto..

    L’Illuminismo può essere considerato l’esisto di un lungo processo culturale iniziato due secoli prima, nel Rinascimento, epoca in cui due elementi dirimenti appaiono e si dispiegano in tutto il loro valore antropologico. Essi sono: A. L’individuazione di un nuovo rapporto tra la natura e la realtà umana; B. La scoperta dell’individualità come elemento di autoriconoscimento dell’uomo rispetto al criterio unitario-totalitario della socialità cristiana in quanto Ecclesia. È l’onda lunga della cultura d’avanguardia del Rinascimento, che nel XVII secolo, sia pure in modo sotterraneo (si pensi alla cultura libertina), si rafforza e trova consonanze nella ricerca scientifica e nel nuovo metodo di approccio alla realtà indicato da Bacone, che matura e prende forma nel XVIII. L’elemento anti-cristiano dell’Illuminismo non sta, come sostiene la cultura revanscista cattolica di Burke, de Maistre, Taine, Cochin e più recentemente di Jean-François Chiappe e Jean Dupont, nell’anticlericalismo. L’Illuminismo autentico più che anti-cristiano è anti-metafisico, poiché è nella libertà metafisica che l’uomo apre il proprio orizzonte sia ontologico che esistenziale e pone la conoscenza scientifica a base di ogni altra conoscenza. Una libertà metafisica che non può che determinare, come suoi correlati, una libertà di pensiero e d’azione che le ideologie e i loro regimi non sono disposti a tollerare. La lotta tra l’Illuminismo e l’assolutismo dell’Ancièn Régime restano paradigmatici di ogni nuovo orizzonte gnoseologico ed etico che possa attentare al potere costituito; e quello più forte, con le radici più profonde, è indubbiamente quello teologico, esplicito o camuffato.

    Relativamente all’ateismo occorre rilevare che in questo nostro excursus sull’Illuminismo, a dispetto di ciò che solitamente si pensa, non ne abbiamo trovato molto. La ragione sta nel fatto che la libertà metafisica, pur tematizzata, è difficile da mettere in pratica in maniera completa.  Un caso esemplare è quello di d’Holbach: preoccupato soprattutto di abbattere il Cristianesimo, non si è accorto di operare in un modo talvolta dogmatico e dottrinario finendo per ripeterne i procedimenti. Non è in questo modo che si supera la religione e si riesce a relegarla nell’ambito che le è proprio sin dalle sue origini, quello di illudere l’uomo di un ordine soprannaturale a cui poter guardare e in cui riconoscersi. Un ordine che per quanto turbato, alla fine sempre si riaffermerà, poiché Dio “deve” sempre trionfare e con esso il Bene e l’Ordine come suoi correlati. Ciò è consolante, rassicurante, corroborante, ma è falso. Non c’è ordine cosmico in generale se non come stato di equilibrio tra forze in gioco, ma tale ordine è continuamente turbato da mutazioni e catastrofi. L’evoluzione, la generazione di situazioni abortive, il loro superamento in equilibri precari, l’instaurazione di un nuovo ordine apparente in attesa di essere nuovamente turbato: è questo lo scenario della realtà cosmica. Così accade da quasi quattordici miliardi di anni e così accadrà ancora non sappiamo per quanto. Di certo sappiamo invece che tra sei miliardi di anni il Sole avrà esaurito il suo combustibile e si contrarrà sino a diventare una nana bianca, che sulla Terra scomparirà la luce e calerà il gelo, sì che la vita che la vita probabilmente scomparirà, tutta. Non solo non ci saranno più uomini a pensare né al Dio-Volontà né al Dio-Necessità (scomparsi ormai da miliardi d’anni), ma forse neppure i batteri, che rispetto ad essi potrebbero essere definiti “eterni”. Certo, nel Settecento non si poteva essere consapevoli di tutto ciò (e la prima nana bianca sarà stata scoperta solo nel 1862), ma per la prima volta qualcuno si poneva il problema dell’uomo in rapporto al cosmo nella sua realtà vero e non a quello mitico delle teologie.

    L’universo pare avere leggi univoche, ma di esso in realtà conosciamo pochissimo ed è persino difficile pensarlo come un’unità non sapendo dove finisce. Esso si costituisce come un enorme volume vuoto solcato da radi “filamenti” di ammassi di galassie con miliardi di miliardi di stelle che costituiscono solo il 5% di tutta la massa del cosmo (il 30% è materia oscura e il 65% è energia oscura). Ma forse, come in numero sempre maggiore i cosmologi cominciano a pensare, il “nostro” potrebbe essere soltanto uno dei molti o infiniti universi esistenti, e qualcuno ha persino supposto che nel profondo dei buchi neri massicci possano nascere altri universi dall’”altra parte” del nostro spazio-tempo. Il sommamente ridicolo è che l’homo sapiens continui a ritenersi al centro dell’essere, immaginando che ci sia un “Qualcuno-Qualcosa” con un’iper-intelligenza simile alla sua che ha progettato l’universo, lo ha ordinato e lo gestisce in riferimento a lui. Nel Seicento tutti ne erano convinti, nel Settecento tutti “meno qualcuno”, e ciò era già estremamente importante, segnando il passaggio da una forma mentis esclusivamente teologica a tutt’altra. Ci si può domandare come sia possibile che oggi, nel 2007, la maggior parte delle persone continuino a credere alle mitologie cosmologiche delle molteplici e svariate metafisiche, ignorando totalmente i risultati delle ricerca scientifica. Abbiamo già trattato altrove quest’argomento, ma vogliamo qui ribadire le due cause che riteniamo di poter individuare all’origine di questa quasi paradossale situazione: una antropologica e l’altra politica. Quella antropologica sta nella ricerca inconscia dell’omeostasi psichica, che indirizza l’homo sapiens alle visioni del mondo più rassicuranti e gratificanti, quelle che contemplano un ordine cosmico realizzato da un Progettista-Garante che assume le connotazioni o di un personale Dio-Volontà o di un impersonale Dio-Necessità. Quella politica sta nel fatto che le teologie operano una sistematica delegittimazione di ogni acquisizione scientifica “non-compatibile” con esse, e di converso strumentalizzando abilmente tutto il “compatibile”, utilizzato addirittura come “conferma teologica”.  Il caso più noto ed eclatante riguarda sicuramente il Big-Bang, interpretato come il momento iniziale della Creazione “dal nulla” da parte del Dio della Bibbia.          

    Una digressione cronologica sommaria (che però può apparire pedantesca) ci sembra opportuna. Il “nostro” universo si è formato 13,7 miliardi di anni fa, da cinque miliardi esiste la Terra, da tre e mezzo è nata la vita sotto forma di microbi acquatici monocellulari, dopo di che nascono quelli pluricellulari e per quasi 3 miliardi d’anni non c’è altro. Poi l’evoluzione della vita entra in una fase particolare: 545 milioni di anni fa, nel Cambriano, la vita accelera e compare una numero incredibile di nuove specie acquatiche e poco dopo, 400 milioni di anni fa, il primo vertebrato, un’anguilla primitiva. Anche la terra comincia a popolarsi, ed appaiono salamandre lacustri, ma ancora null’altro, né erba né piante; eppure il pianeta, 310 milioni di anni fa, è già popolato di innumerevoli specie viventi (ma il “Re del Creato” è ancora da venire!). Intorno ai 260 milioni d’anni fa appaiono le felci, i primi insetti, i dinosauri ed anche piccoli proto-mammiferi; ma da 248 milioni di anni fa in poi si verificano estinzioni di massa, i dinosauri sopravvivono e diventano i dominatori assoluti dei pianeta.  Ciò fino a 65 milioni di anni fa, allorché improvvisamente, forse per l’impatto di un meteorite, essi scompaiono; finalmente i mammiferi terricoli possono popolare la superficie ed evolvere (e tra essi ci sono i lontani antenati dell’homo sapiens). Forse intorno a 3 milioni d’anni fa, da un antenato comune, nascono due linee evolutive che portano da una parte agli scimpanzé e dall’altra agli uomini. Circa 2,4 milioni di anni fa compare l’homo habilis e dopo una decina di passaggi evolutivi nasce, finalmente, circa 200.000 anni fa, il sapiens! Difficile evitare l’ovvia domanda: ma perché Dio ha aspettato tanto per fare quest’essere privilegiato “a sua immagine e somiglianza”? Una domanda che nella testa di qualche zoologo illuminista del XVIII secolo, ormai consapevole che le cose non potevano stare com’erano narrate nel Genesi, cominciava ad affacciarsi insieme a qualche timido dubbio teologico.

    Questo per il passato, e per il futuro? I grandi mammiferi sono esigentissimi dal punto di vista climatico: poco sotto lo zero° C. il sangue congela, poco sopra i 100° C. bolle, e in ogni caso il cuore smette di funzionare in un arco di temperatura assai più ristretto. D’altra pare il sangue è sostanzialmente acqua, la vita c’è grazie all’acqua, nella quale è nata e con la quale si perpetua. Noi dipendiamo in tutto e per tutto dall’acqua, che ci costituisce per oltre l’80% e ci fonda come organismi. Si può affermare che se qualcuno-qualcosa ci ha creati è stata l’acqua, anzi l’H2O in fase liquida; essa è in noi, esistiamo grazie a questa molecola e spariremmo senza di essa. Sarebbe sufficiente un aumento dell’attività solare o dell’effetto-serra tale da portare la temperatura al suolo oltre gli 80°C nella zona temperata perché gran parte della Terra diventasse invivibile per l’homo sapiens, che solo “interrandosi” o “annegandosi”, forse, riuscirebbe per un po’ a sopravvivere. La luce, da mitica creatrice, può diventare l’assassina della vita. Come miseramente può finire in un attimo il glorioso destino del Re del Creato, l’essere fatto da Dio “ a sua immagine e somiglianza”, per un banalissimo capriccio di quella natura tanto disprezzata dai metafisici! La vile materia, energia termica o vili molecole inorganiche, potrebbero far scomparire d’un tratto tutta la metafisica boria antropocentrica che la filosofia illuministica ha incominciato a contrastare. E poi c’è anche l’abbastanza incerta dinamica dell’universo, mostruosa nella sua complessità, o quella ultra microscopica e insignificante del sistema solare (il solo buco nero al centro della nostra galassia ha già una massa pari a 2,5 milioni quella del Sole), ma per noi fondamentale. Che sicurezza abbiamo che un aumento dell’attività solare non secchi il terreno o che l’impatto di un meteorite sulla Terra o qualsiasi altro trauma meccanico-gravitazionale, ancor prima che termico, generi condizioni inconciliabili con la vita o quanto meno con quella dei mammiferi?

 

    Ciò che è sicuro che essi si estingueranno molto prima degli insetti ed incommensurabilmente prima dei batteri. Soprattutto questi, da sempre, esistono in versioni infinite e mutevoli, alcune delle quali vivono anche in ambiente acido ed a temperature proibitive per ogni altra forma di vita. Facile concludere che la Terra continuerà ad esistere senza i mammiferi, così come l’universo continuerà ad esserci senza il Sole e senza la Terra. Si comprende bene che cosa siano gli 00000,2 miliardi d’anni di esistenza dell’animale homo sapiens contro i 13,7 miliardi vissuti dall’universo senza di esso, e le infime possibilità che quest’animale ha di sussistere a lungo e di significare qualche cosa per i destini dell’universo. Questo, esistendo “per sé” (e non certo “per noi”) non ha nessun riguardo nei nostri confronti e vive le esplosioni, i collassi, gli scontri e le cannibalizzazioni di stelle e galassie in una molteplicità di caos creativi mostruosi per natura e dimensioni che accadono nella più totale ignoranza di noi. Non dobbiamo mai dimenticare che il pensiero dà senso a noi che lo possediamo e lo usiamo, ma non può darlo a ciò che non pensa essendo massa-energia pura, e tuttavia il senso del nostro esistere può esser solo colto in relazione alle entità e alle forze che non hanno alcun bisogno del pensiero per essere. Ma per far questo ci vuole una modestia che l’uomo può conquistarsi soltanto con la conoscenza e la consapevolezza di ciò che è, abbandonando tutte quelle fantasie delle quali si è nutrito per millenni cavalcando l’ignoranza di se stesso, della materia che lo circonda, del tutto che ne costituisce il limite senza lasciarsi conoscere al proprio limite.    

 

    Quest’excursus fisico-cosmologico può parere forse ozioso ed estraneo a questo nostro discorso conclusivo, ma noi pensiamo di no. Siamo convinti che non lo sia proprio perché con la mentalità illuministica la scienza nelle sue varie branche balza alla ribalta come componente essenziale della cultura in relazione a un’evoluzione dell’uomo e del cosmo indipendente dai voleri di Dio. Tra le varie scienze sono la cosmologia e la biologia ad avvalersi nell’Età dei Lumi della nuova tecnologia, che porta alla costruzione di apparecchi d’indagine potenti e raffinati, sì da permettere di conoscere meglio l’infinitamente grande quanto l’infinitamente piccolo. È con apparecchi ottici molto potenti che è stato possibile ampliare la conoscenza del cosmo e rendersi conto dell’assoluta insignificanza del nostro pianeta con tutto quel che c’è dentro. Inoltre, è solo nel Settecento che alcuni scienziati incominciano ad essere consapevoli del fatto che il mondo non è stato creato da Dio nel 4004 a.C. come l’arcivescovo James Ussher (in Annales Veteris Testamenti a prima mundi origine deducti) aveva nel 1650 calcolato in base alle genealogie bibliche, ma ne abbia di più, anzi, enormemente di più. Ed è ancora la scienza illuminista, sulla base di nuove ricerche e considerazioni biologiche, a comprendere che le specie viventi non sono “fisse” come uscite dall’Arca di Noè, bensì “evolvibili”. Però il rischio di finire sul rogo è ancora forte e di tali cose si parla a  mezza voce solo nei salotti intellettuali e nei laboratori scientifici; Buffon prova a scriverne qualcosa e con molta prudenza, ma passa i suoi guai e si ritira in buon ordine, come altri suoi colleghi. E tuttavia il ghiaccio è rotto: la Bibbia (il libro dettato in gran parte da Dio stesso) dice il falso! Lentamente, ma inesorabilmente, la storia del mondo si dilata a dismisura e si comincia a pensare che il semi-divino homo sapiens non sia che l’esito ultimo di un processo biologico evolutivo. Esso, con buona pace di Cartesio, è una “macchina” biologica, esattamente come tutti gli altri animali, ed è La Mettrie a dirlo chiaramente per primo, ma è da tempo che molti lo pensano, smentendo Descartes e le sue fantasie metafisiche. E tuttavia (i paradossi della cultura!), egli viene assunto da molti come profeta della “macchina-uomo”, laddove egli la vedeva soltanto come il tabernacolo materiale e mortale di una res cogitans divina e immortale.

 

    Abbiamo detto che l’ateismo autentico nel Settecento è poco, e tuttavia si tratta del primo secolo, dopo ventitre di assoluto dominio teologico, in cui, timidamente, appare la possibilità di una certa libertà metafisica, tale da far pensare che liberarsi dai lacci della teologia, per quanto difficile, sia possibile. L’Ottocento e il Novecento non hanno affatto onorato l’eredità atea illuministica con ulteriori sviluppi teorici: in essi si è fatto molto “ateismo pratico”, ma pochissimo “ateismo teorico”, ed è solo questo che può aprire l’orizzonte a una vera weltanschauung atea che mandi in soffitta la teologia e la renda mero oggetto di storiografia. Ma questo fatto si spiega quando si constati che nel Settecento l’ateismo filosofico si è presentato in maniera spesso molto equivoca, sì che non possiamo stupirci se nei due secoli successivi esso ha potuto fare così poca strada. Una strada che è comunque difficile e irta di ostacoli ideologici radicati e pervasivi, e ciò anche se la contemporaneità (almeno nel mondo industrializzato) mostra indifferenza religiosa e un anticlericalismo assumente spesso nei media una grande evidenza. Ma di filosofia atea si continua a vederne pochissima; quando si parla di essa molto sovente non si viene capiti proprio da sedicenti atei che non sanno di essere ancora impregnati di teologia e fanno del puro anti-cattolicesimo in  nome di qualche inconscia pseudo-religione laica. Quanti sono consapevoli di non riuscire a pensare il cosmo senza un suo ordine interno, senza una necessità o senza una sua ragion d’essere? È questo il “nocciolo duro” della teologia: tutto il resto è mero dettaglio!      

    Nell’accomiatarci dal lettore vogliamo ringraziarlo per la sua pazienza nell’averci seguito sin qui in quest’esposizione di una non proprio piccola fatica storiografica. Siamo consapevoli del fatto che non sia facile al giorno d’oggi leggere un lavoro di quasi mille pagine e per di più pieno di citazioni; per questa ragione siamo molto grati a coloro lo hanno fatto e la loro lettura è già il nostro compenso. Abbiamo insistito troppo con le citazioni? Ciò è possibile. Però noi siamo convinti che nella saggistica filosofica sia indispensabile dar conto, rigorosamente e nei limiti del possibile in termini di spazio, di “ciò che” un autore che si cita ha detto, limitando il commento all’indispensabile. Così operando è come se un saggio venisse scritto a più mani, dove l’autore ufficiale è soltanto una sorta di curatore del pensiero di tanti altri di cui offre al lettore la flagranza testuale originale. Ponendosi come modesto chiosatore e interprete, ma evidenziando con chiarezza e senza ambiguità il proprio punto di vista, egli rispetta colui che cita e rispetta nel contempo se stesso, nel suo assenso o nel suo dissenso. Dal saggista non deve essere pretesa l’imparzialità ma la correttezza, poiché solo gli ignavi possono essere imparziali e chi ha idee in testa è sempre in qualche modo “di parte”. La correttezza è un filo di rasoio sul quale si sta in un equilibrio tagliente e scomodo; per noi, che siamo “di parte” in quanto atei, è difficile starci quanto per chi la pensi in modo opposto. Ci siamo qui posti il compito di ripercorrere la storia della filosofia del Settecento, che riteniamo scritta perlopiù da storiografi idealisti, per cercare di riportarla alla sua autenticità concettuale e liberarla dal ciarpame interpretativo metafisico. È questo un intento di parte? Forse. Il vero problema è se siamo riusciti a rimanere su quel filo della correttezza critica oppure no.